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Fischio di SID! Videogiochi di calcio tra Messico '86 e Italia '90


Ciao a tutti amici umarelli, sono crazyjimmy ed oggi al crazy's c’era già odore di eliminazione ancora prima di iniziare la pintata. Quando ti salta Fabiano all’ultimo minuto, non è che puoi fermare la registrazione, devi improvvisare! Scruto la panchina in cerca di un degno sostituto, sperando di individuare qualcuno all'altezza del compito... ed è così che scende in campo Francesco "The Real Pax", un vero fuoriclasse, uno di quelli che se gli offri una birra e pronunci la parola “calcio”, ti porta a casa la pintata senza che nemmeno te ne accorga!



Il calcio vero, quello vissuto prima di capirlo

Cominciamo quindi a chiaccherare del più e del meno, perché a me il calcio non è che faccia impazzire... ma appena lui parte a raccontare che da bambino guardava in piena notte le finali del Milan con i genitori tutti insieme sul letto, allora capisco che il calcio non è solo uno sport che può piacere o no, ma è anche e soprattutto famiglia, amicizie, ricordi. E poi salta fuori la questione della tifoseria divisa, con lui pecora bianconera, in una famiglia rossonera: la premessa perfetta per mettere a rischio i rapporti interpersonali!


Italia ’90, le merendine e le illusioni

E subito i ricordi scivolano ai mondiali del 1990, dove rivedo improvvisamente quel ragazzino che frequenta la prima media, con zaino, astucci e quaderni di "CIAO", la mascotte di Italia '90. E poi i pupazzetti degli azzurri, quelli con la testa gigante che regalavano alla IP e gli acquisti compulsivi di merendine della Mulino Bianco per avere in regalo l’Acqua Watch, con mia madre che tornando a casa da lavoro scopre che ho fatto fuori mezzo budget familiare in snack!


Dai cartoni ANIMATI aL bar sport

E come se fosse una cosa naturale ci spostiamo su Holly e Benji, perché se sei cresciuto in quegli anni, non puoi non parlarne e capisci che il calcio che conoscevamo era anche quello impossibile: i campi infiniti, i tiri che sfondavano le porte, i portieri che diventavano eroi. Ed è buffo come ancora oggi non riusciamo a chiamarli coi nomi originali giapponesi, perché per noi resteranno sempre quelli italiani, quelli dell’infanzia. E poi i ricordi dei locali dove si giocava il Totocalcio e gli adulti parlavano di partite. E mentre il nonno di turno passava il tempo al bancone a farsi un cicchetto, noi consumavamo la paghetta sui videogiochi arcade, con Francesco che spendeva le sue 200 lire per rivivere i mondiali, stick in mano su Tehkan World Cup. E nonostante la sua semplicità ci sembrava un qualcosa di fantastico, un mondiale tascabile che potevi giocare da protagonista.


Casa, joystick e magia imperfetta

Poi torni a casa e lì cambia tutto, perché il calcio entra anche nel salotto, con gli home computer, che erano per noi veri e propri portali magici. E giochi come International Soccer non erano solo "programmi", erano esperienze condivise, da giocare magari su una televisione in bianco e nero, con i giocatori che lampeggiano e i bug assurdi tipo il portiere che si butta e poi resta lì come se fosse svenuto. Ma è tutto magico e invece di arrabbiarti ci ridi sopra, perché fa parte del gioco e la cosa incredibile è che anche con mille limiti riuscivamo comunque a divertirci, perché bastavano due passaggi giusti e sembrava di aver fatto un’azione da manuale.


Il caos creativo degli arcade

Gli anni passano e quando torni in sala giochi il salto è enorme: trovi robe come Kick Off o Tecmo World Cup ed ogni volta c’è una trovata nuova: il cappellino al contrario del portiere, la rovesciata, il pattern segreto per fare gol e tutte quelle meccaniche che oggi chiameremmo bug, ma che allora erano parte del fascino di gioco. Poi arriva Football Champ e proprio lì si rompe tutto: invece di giocare a calcio si picchia l’arbitro e si buttano giù gli avversari per poi segnare in mezzo al caos ed anzi, il divertimento è proprio quello. Poi, quaasi per caso, arriva il super shot e lì vola tutto, portiere compreso! Hai la prova definitiva che quei giochi non volevano simulare il calcio, volevano farti sentire dentro qualcosa di esagerato e memorabile.


La svolta: quando il gioco si fa serio

Ed infine arriva su Amiga Kick Off, quello vero, quello che cambia le regole: la palla che non sta più attaccata ai piedi, il controllo difficile e la fatica di costruire un’azione... e a quel punto o molli o ti innamori e Francesco è uno che di quel gioco si è innamorato, perché dove io trovo difficoltà e frustrazione, lui vede profondità e tattica. Ma sentire l'entusiasmo con cui ne parla mi fa capire per tanti è stato uno spartiacque e con Kick Off 2 diventa addirittura un sistema, con tattiche, terreni diversi, arbitri con personalità, fuorigioco, infortuni e sostituzioni in campo. Sono tutte cose che oggi diamo per scontate ma che allora erano delle vere e proprie rivoluzioni. Il bello è che mentre lo racconta mi accorgo che forse me lo sta facendo rivalutare per davvero... sarà forse colpa della birra o della nostalgia, ma quasi quasi mi viene voglia di riprenderlo.


Il triplice fischio e quello che resta

E alla fine, come in tutte le partite, arriva quel momento in cui devi tirare le somme e lui senza pensarci troppo sceglie Kick Off 2 con il data disk Final Whistle come gioco definitivo e io penso che in fondo sia una scelta coerente, perché rappresenta il punto d’incontro tra tutto quello che abbiamo raccontato: il bar, la casa, il joystick, il caos e la tecnica. Questa non è solo una semplice pintata sul calcio, ma un vero e proprio viaggio attraverso i ricordi di un ragazzino che con un gettone girava il mondo sfidando le nazionali di tutto il mondo. E i ricordi faranno sempre parte della nostra vita, perché invecchiare è brutto, ma l'alternativa è peggio!

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