Elvira: mistress of the dark
- birraepixel
- 2 mag
- Tempo di lettura: 6 min
Ciao a tutti amici umarelli, sono crazyjimmy ed oggi il tema è uno di quelli che, appena lo pronunci, ti appare una parrucca cotonata all’orizzonte: Elvira. L’idea nasce anche da una richiesta affettuosa di un ascoltatore, Jack 'o Lantern, uno di quelli che ha capito perfettamente lo spirito del progetto e quindi dopo la pintata “stregata” su Sabrina, ci ha detto “ok, adesso voglio lei, la bellezza d’oltreoceano”. E come fai a dirgli di no? Se ti piace l’horror pop, ti ci butti dentro a capofitto… possibilmente senza finire nel pentolone della cuoca..

Chi è Elvira (e perché ci è rimasta in testa)
Elvira nasce nei primi anni ’80 come horror hostess televisiva: presenta film horror di serie B, spesso trash e dimenticati e li commenta con autoironia, doppi sensi e quella capacità rara di prendere lo stereotipo della “dark lady” e farlo inciampare sui propri tacchi a spillo. È gotica ma punk, sensuale ma soprattutto comica. E il punto è proprio questo: non è mai stata solo “un look”, era un modo di stare sul palco e di parlare al pubblico, rompendo la quarta parete quando ancora non lo chiamavamo così.
Cassandra Peterson: dietro la parrucca una storia vera
Dietro Elvira c’è Cassandra Peterson: nata nel 1951 in Kansas, segnata da piccola da un brutto incidente domestico e già con una testardaggine che ti fa capire come abbia potuto reggere un personaggio così “esagerato” per decenni. A 17 anni finisce a Las Vegas e diventa la più giovane showgirl di uno spettacolo storico. Poi ci sono i giri in Italia, il lavoro tra musica, spettacolo e il passaggio fondamentale per l’improvvisazione comica a Los Angeles. Tutte cose che spiegano perché Elvira non è solo costume: è tempismo, scrittura e presenza scenica.
ELVIRA: quando l’horror diventa merchandising...
Da lì, il salto è quasi inevitabile: Elvira diventa un marchio vero e proprio. Non solo film e comparsate, ma una pioggia di prodotti e apparizioni che oggi chiameremmo “universo transmediale” (ma che allora era semplicemente: la vedi ovunque). Fumetti, gadget, costumi, pubblicità, persino oggetti improbabili: l’horror che entra nel salotto di casa sotto forma di pop. Ed è proprio questa diffusione che, a un certo punto, la porta anche dove noi ci sentiamo a casa: nei videogiochi.
...E POI IRROMPE NEI videogiochi!
Elvira non resta confinata tra TV e cinema: arriva anche su home computer e lo fa in un modo che oggi suona quasi folle. Due titoli adventure/RPG firmati Horror Soft e pubblicati da Accolade, più un arcade/platform. Ma quello che mi è rimasto incollato addosso – come certe etichette di floppy scritte col pennarello – è il primo: Elvira: mistress of the dark. Perché sì, lo ammetto: da ragazzino ci entravi anche per la copertina (e per quel mix di “proibito” e “ridicolo” che faceva tanto anni ’90). Poi però restavi… perché il gioco era un viaggio.
Elvira: Mistress of the Dark: castelli, streghe e guai
Il gioco esce nel 1990: sviluppato da Horror Soft e pubblicato da Accolade, ti butta in un castello inglese dal nome che sembra già un presagio: Killbragant. Elvira è nei guai, ovviamente, perché quando erediti un maniero gotico non trovi mai solo il mobilio: trovi anche forze oscure, corridoi che non finiscono, e una certa Lady Emelda pronta a farsi strada dall’aldilà. Tu sei “il povero giocatore” chiamato a risolvere il casino: esplori, raccogli oggetti, affronti mostri e vai a caccia di chiavi e artefatti per impedire che la faccenda degeneri definitivamente.
Gameplay E la mappa "fai DA TE"
Qui non c’è la freccina che ti dice “vai di là”. Ti muovi in prima persona, a scatti, girando in quattro direzioni come nei dungeon crawler di vecchia scuola. Esplori stanze, raccogli oggetti e quando incontri un nemico, passi a un combattimento rapido in cui devi scegliere colpi e parate al momento giusto. Ma la vera arma segreta – e lo dico da uno che si è perso più volte nelle segrete – era la carta millimetrata: ti sedevi, disegnavi la mappa, segnavi porte e corridoi e pregavi di non aver confuso una svolta. Altro che GPS: qui, se sbagli strada, ti ritrovi a fare amicizia con gli scheletri.
Pozioni, ricette e il manuale che “serviva davvero”
Una delle cose più geniali e cattive del titolo, era il sistema delle pozioni. Dovevi trovare ingredienti, seguire ricette, mescolare roba e sperare che il risultato non fosse “morte immediata”. Perché bastava un errore minimo e ti trasformavi in statua, esplodevi, ti avvelenavi… insomma, le scelte sbagliate avevano conseguenze creative. E qui arriva l’altra chicca d’epoca: molte informazioni fondamentali stavano nel manuale e nello spellbook cartaceo. Se avevi una "copia di backup”, senza istruzioni, non eri solo più povero: eri anche più morto. Una protezione anticopia che oggi sembra archeologia, ma che allora ti obbligava a rispettare il rito del gioco originale.
Morti creative ed easter egg: ELVIRA ti prende in giro
Elvira è famoso per una cosa che, detta così, suona malissimo: le morti. Ma non “sei morto, ricarica”. No: morti con animazioni e trovate macabre, spesso ironiche, come se gli sviluppatori facessero a gara a chi inventava la fine più assurda. La cucina è leggenda: la cuoca cannibale ti fa capire subito chi comanda e ti lascia il trauma per tutta la vita. E mentre cerchi di sopravvivere, il castello ti dissemina oggetti inutili, battute, libri con riferimenti ad altri titoli (tipo Personal Nightmare) e citazioni a film horror classici. Oggi li chiamiamo easter egg; allora erano messaggi in bottiglia per palati fini.
tecnica, pixel e musica che ti toglie il sonno
A fine anni ’80 il mondo era un cantiere: Amiga e PC stavano diventando la casa perfetta per chi voleva fare avventura e horror con un minimo di ambizione. Elvira: Mistress of the Dark gira su un motore proprietario derivato da AberMUD (poi pesantemente modificato) e si vede che il team voleva spingersi oltre il “giochino” a schermate. La grafica su Amiga era una bomba: palette notturne, sprite grossi e dettagliati, ambienti gotici pieni di ragnatele e giochi di luce. E sopra tutto ci metti la musica di Dave Hasler: brani e suoni ambientali che ti fanno venire voglia di giocare al buio… e poi pentirtene subito dopo.
Seguiti, deviazioni e “successori spirituali”
Il successo porta inevitabilmente altra roba: arriva Elvira II: The Jaws of Cerberus, che sposta l’azione in uno studio cinematografico infestato, con set che diventano reali e mostri che escono dal “finto” come se fosse normale. Poi c’è Elvira: The Arcade Game, più da botte e salti: carino, colorato, ma con tutt’altra anima rispetto agli adventure/RPG. E infine c’è Waxworks, che molti considerano il successore spirituale di quell’idea di horror a schermate, con puzzle e gore, firmato dallo stesso DNA creativo. Se vi piaceva soffrire con stile, avevate materiale per anni.
Censura, aneddoti e assurdità dell’epoca
Tra le chicche da “dietro le quinte” ce n’è una che racconta perfettamente il clima di quegli anni: in alcune versioni (Amiga in primis) un oggetto religioso venne sostituito all’ultimo momento con un anello magico, per evitare grane in distribuzione. Tradotto: si corse a cambiare grafica e testi in fretta e furia, perché bastava un simbolo messo male e partiva il panico morale. Noi la vediamo così: era un gioco horror, punto. Ma si sa, quando spunti pentacoli e sangue pixelloso, qualcuno si mette subito a strillare. E più si censura, più noi umarelli andiamo a cercare la roba “proibita” sottobanco.
Accoglienza, difficoltà e perché è diventato un cult
Quando uscì, il gioco fu accolto bene: atmosfera, ambizione, idee strane al punto giusto. Ma tutti dicevano anche la verità che noi giocatori imparavamo a schiaffi: difficoltà alta, combattimenti ripetitivi a tratti, bisogno di salvare spesso. Nella prima mezz’ora, si avevano già collezionato più game over che pozioni in inventario. Eppure… quando finalmente capivi l’enigma, sbloccavi un’area, superavi una trappola, ti sentivi un genio. È quel tipo di fatica che, col senno di poi, diventa nostalgia. E così Elvira si è presa il suo posto tra i cult del retrogaming.
Elvira icona pop, outsider per vocazione
Col tempo Elvira è diventata anche qualcosa di più grande del personaggio: un simbolo di anticonformismo, di libertà di essere “strani” senza chiedere permesso. È stata adottata da comunità e fan che si riconoscono negli outsider, e la sua forza sta proprio nell’aver sempre giocato con l’identità senza paura: ironica, sfacciata, sempre un passo di lato rispetto al “perbene”. Oggi la definiremmo un modello, una sostenitrice, mille etichette. All’epoca era semplicemente Elvira. E forse è per questo che funziona ancora.
spegnete la luce… e salvate spesso
E quindi amici umarelli, se vi è venuta voglia di rispolverare l’Amiga o di andare a cercare quel castello maledetto, fatelo… ma ricordatevi due cose: giocate con le luci spente solo se avete coraggio, e salvate spesso, perché la cuoca è sempre dietro l’angolo ed invecchiare è brutto, ma finire nel pentolone è peggio!




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