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Come il marketing ha reso Final Fantasy VII immortale


Ciao a tutti amici umarelli, sono crazyjimmy e quando entro in scena, lo sapete, il bancone è già caldo e la birra è pronta a stuzzicare gli ospiti. Questa volta abbiamo messo sul tavolo un monumento del videogioco: Final Fantasy VII. Ma invece di parlarne come farebbe un qualunque nostalgico collezionista, l’abbiamo smontato come una vecchia console, analizzando non solo ciò che si vede su schermo, ma tutto quello che c’è dietro: marketing, bias cognitivi, tranelli psicologici, demo furbe e leggende metropolitane.



L’arrivo di Silvio e il potere del marketing

Quando ho invitato Silvio Marchetti al mio bancone, sapevo già che sarebbe stata una pintata “scientifica”. Il ragazzo ci ha spiegato come Squaresoft abbia trasformato il genere JRPG da nicchia a fenomeno mondiale usando tecniche che oggi si studiano pure nelle università. Parliamo di bias di autorità, di framing, di bandwagon effect: insomma, la Square ci ha fregati bene… ma con stile.


Dalla demo ingannevole alla fuga da Nintendo

Se sei cresciuto con un Nintendo 64 non potrai mai scordartela, vero? La famosa demo in 3D che ci ha fatto credere che Final Fantasy VII sarebbe arrivato sulla console dell’idraulico baffuto. Invece era solo un trucco: un test tecnico che serviva a scegliere tra cartuccia e CD. E Square, davanti alla memoria ridicola delle cartucce, ha fatto la scelta più ovvia e più geniale: andarsene da Nintendo e correre tra le braccia di Sony.


Il fascino della scatola trapezoidale

E poi non si può parlare di FF7 senza citare quella scatola PC che sembrava progettata da un geometra ubriaco. Un trapezio rovesciato che cadeva dallo scaffale solo a guardarlo… Ma proprio per questo era indimenticabile. E qui Silvio ci ha ricordato un altro trucco di marketing: il Distinctive Brand Asset. Un elemento così diverso da tutto il resto che ti resta in testa per sempre. E a noi, nel bene o nel male, quella scatola ha lasciato un trauma affettivo.


Bug mitici, traduzioni assurde e segreti inesistenti

Nel nostro viaggio abbiamo riso (tanto) rievocando la magia delle traduzioni sbagliate, dei dialoghi fuori logica, dei bug ignorati per anni, come la famigerata Magic Defense che non funzionava o gli oggetti che non servivano a niente, ma che la community trattava come fossero reliquie sacre. Era l’internet prima dell’internet: il paradiso delle teorie inventate.


La Compilation e il transmedia prima che fosse cool

Quando Square si è accorta di avere una gallina dalle uova d’oro, non si è fatta pregare: spin‑off, prequel, sequel. Ogni nuovo pezzo cercava di espandere l’universo di FF7 e catturare pubblici diversi. Transmedia storytelling, lo chiamano; ma io lo definirei piuttosto: “ok ragazzi, mungiamo gli utenti il più possibile prima finché possiamo”.


L'eredità di Final Fantasy VII

Dopo tutto questo parlare, birre, risate e nostalgia, la verità è semplice: FF7 ci ha cambiati. Ha cambiato il modo di fare marketing, il modo di raccontare storie e il modo in cui viviamo i videogiochi. Che lo si giochi su PS1, su Switch o su una friggitrice ad aria, resta un’esperienza che merita di essere rivissuta, intramontabile. Così come è intramontabile il mio mantra: invecchiare è brutto, ma l’alternativa è peggio!

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